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La pietra della follia
F. ARRABAL

 

TI amo.
Lei rise.
- Ti amo ...
Lei rise.
- Ti amo ...
Lei rise a crepapelle.

- Ti amo.
Lei pianse.
- Ti amo...
Lei pianse.
- Ti amo...
Lei pianse a dirotto.

Il tempo delle ragazzine rivelava i mille letti infinitamente medianici. Sì.

***
QUANDO sono entrato erano entrambi nudi sul letto. Lui disse: "Vieni a vedere come ti violento la donna".
Lei resisteva con tutte le forze e mi sembrava che píangesse. Supplicava: "No, no". Poi ha smesso di dibattersi ed ha iniziato ad ansimare regolarmente, abbracciandogli le spalle; si vedeva solo il bianco dei suoi occhi. Quando tutto fidi lei si rimise a piangere, e lui a ridere a crepapelle.
La stessa scena si è ripetuta molte volte. Alla fine lui si èalzato ridendo e mi ha detto: "Tieni, ecco la tua donna". Allora io mi sono avvicinato a lei, che piangeva, le ho accarezzato la schiena e, di colpo, lei si è messa a urlare.

***
A VOLTE, di notte, la mia stanza si riempie dì luce e solo la lampada accesa resta completamente nera; ciò che la circonda sprofondato nella penombra.
A volte, nel cuore dell'inverno, la mia camera si riempie di calore e solo la padella sul fuoco resta completamente gelida; quello che la circonda, freddo.
E allora quando voglio scrivere 'Io so perché" la mia mano traccia 'Io non so se".

***
LA bambolina di nylon si indispettiva e mi teneva il broncio. A volte però era contenta, e mi sorrideva.
Quando uscivo di casa restava immobile, là dove l'avevo lasciata, fino al mio ritorno. La notte la spogliavo e la mettevo nel mio letto, e ben presto non era più fredda: diventava calda come il palmo della mia mano, su cui riposava.
La bambolina teneva nella gabbia un uccello morto. Le ho comprato una piccola bara per il giorno in cui morirà. A volte ce la mettevo dentro per gioco.
Spesso litigavamo, allora lei non si muoveva più ed assumeva un'aria seria; avevo un bel supplicarla che mi perdonasse, non mi rivolgeva più parola.
Un giorno in cui ero triste l'ho strangolata. A parte le lacrime lei non ha opposto alcuna resistenza, come per rimproverarmi.

***
IL capricorno, un nembo di stelle sulla criniera da leone, nuotava nel mare con la sua coda di dragone. Ecco perché C a p r i c o r n u s simbolizza l'ispirazione, mi disse lei.
La bilancia, una stella su ciascun piatto, restava celata nella grotta dei leoni bianchi. Ecco perché, mi disse lei, C h e 1 a simbolizza la speranza.
La vergine, una stella sui piedi nudi, eretta, mi girava intorno con una baguette nella mano sinistra. Ecco perché V i r g o simbolizza il panico, mi disse lei.
Il leone, una stella su ciascun artiglio, balzava per decorare il cuore. Ecco perché, mi disse lei, L e o simbolizza la fantasia.
Allora mi accorsi che lei, mentre parlava, aveva incastonato sulla sua sedia una stella di ferro. Vi scriveva sopra, col pennello, la parola "amore".
Camminava da sola per la strada e gli uomini, vedendola, salutavano baciandola. Spesso per vederla arrivare, mi nascondevo dietro una porta secondaria.
Più tardi l'ho messa in una macchinina per bambini e l'ho spinta così per ogni paese. Quando passavano degli uomini la spogliavo, per vedere com la accarezzavano.
Le ho messo una catena alle caviglie per non farla scappare.

***
A VOLTE, quando lei mi bacia la mano, sento un calore particolare. Quanto ritrae le labbra mi appare sul palmo lo scarabeo d'oro, con scritto sopra la parola "meravìglia".

***
QUANDO mi vede fermo a non far niente nella penombra della mia stanza, il gatto mi corre incontro e mi porta la zampa di coniglio.
Attacco la zampa all'estremità di uno spago e la faccio inseguire dal gatto per tutto il corridoio. La rincorre dappertutto e a volte fa dei buffi balzi che mi fanno ridere. Allora lo guardo e capisco che è stanco, che non ce la fa più a giocare, ma continua a correre per distrarmi.

***
AMMALATO, malato, malato, maschio, maschio, male, mia, maggio, maggio, ma, maestro, maestro, maestri, maestra, malato, malato, mangiare, mandato.
Ammalato, sfortuna, sfortuna, male, malore, maneggio, manette, mandibola, mandare a chiamare, mandavo, mando, mia, male, mamma, sindaco, maggiore, maestà, male, malato, malati, malato.
Ammalato, sfortuna, sfortuna, mangiare, male, mia, mandare a chiamare, mandavo, mia, male, mamma, maestri, maestra, mamma, malato, mandibola, male, malato, mamma, mamma, malato, madre. *

* Vale la nota a pag.77 (N.d.T).

***


NON potevo addormentarmi: avevo sempre gli occhi chiusi ma mi arrivava la luce della sala operatoria. Sentivo i commenti come un mormorio e, di tanto in tanto, le loro sghignazzate.
La larga ferita dell'operazione stava per cicatrizzarsi e quindi mi faceva male tutta la schiena; non mi muovevo per paura di soffrire di più. Pensavo: "Sarebbe meglio che lei non venisse con i genitori. Sua madre le consiglierebbe di lasciarmi e suo padre riderebbe di me a più non posso". Addentai una delle carote che c'erano li vicino e mi misi a rosicchiarla.
Poi colsi dei frammenti di conversazione: i chirurghi dicevano che avrebbero tentato una nuova operazione. Parlavano di un apparecchio che alcuni chiamavano algometro, altri algimetro e altri ancora dolorometro. Dovrebbe servire a stabilire la soglia di resistenza al dolore.
Subito mi parve di avere tutto il corpo coperto di pelo. Forse si trattava di una reazione: il giorno prima dell'operazione l'infermiere mi aveva completamente rasato. Mi sembrava anche che non ci fossero lenzuola, e pure che qualcuno avesse messo della segatura nel letto.
Sentii poi i chirurghi dire che l'apparecchìo poteva provocare i più forti dolori, farli cessare quando l'ammalato stava per svenire e poi di seguito ricominciare.
Non riuscivo ad addormentarmi e la schiena mi faceva sempre più male.
I chirurghi sogghignavano. Ebbi paura perché sentii fare diverse volte il mio nome. Facevano delle scommesse: alcuni sostenevano che uno può sopportare un'intensità di dolore di otto unità, gli altri affermavano che non si potevano superare le sette. Sentii proprio allora che volevano provare l'apparecchio su di me.
Mi raddrizzai e cercai di urlare, ma non riuscivo ad emettere che grugniti. Intorno a me grugniva anche qualche piccola bestia. Fu allora che aprii gli occhi: ero in una gabbia, il sole era coperto di segatura e di carote, In ciascuna delle gabbie che mi circondavano c'era un maìalino d'India.

***
CAPITOLO I:

Nord et Sud, Nord et Sud, Nord et Sud.
Nord et Sud.
Nord.
Sud.

 

CAPITOLO II:

Est et Ovest, Est et Ovest, Est et Ovest.
Est et Ovest.
Est.
Ovest.

 

CAPITOLO III:

Nord et Sud.
Est et Ovest.
Nord, Sud, Est et Ovest.
I, II, III et IV.

* * *
IL parroco è venuto a far visita a mia madre e le ha detto che sono "ossessionato".
Allora mia madre mi ha attaccato alle sbarre del letto. Il parroco mi ha tagliato i testicoli con un bisturi e al loro posto mi ha messo delle pietre.
Poi mi hanno portato, legato mani e piedi, fino alla chiesa dei devoti.

* * *
LA ragazzina nuda a cavallo mi dice di andare sulla piazza.
Ci andai. Vedo la gente giocare con delle palle, che lanciava e poi riprende grazie ad un grosso elastico. Quando poi attraversai la piazza tutti smisero di giocare e mi indicarono coi dito, ridendo. Allora mi misi a correre e loro mi scagliarono delle palle che rotolarono a terra, vicino a me, senza raggiungermi: erano di ferro.
Mi precipitai nella prima strada che trovai, alla cieca. Dopo, capii che mi ero infilato in una strada senza uscita. Feci ritorno alla piazza.
Un cavallo si lanciò al mio inseguimento: per sfuggirgli mi nascosi dietro un albero con diversi tronchi. Il cavallo mi si scagliò contro ma restò prigioniero dell'albero, i cui rami gli si richiusero addosso. Alzai gli occhi e vidi la ragazzina nuda.
Cercai di liberare il cavallo; lui mi morse la mano, staccandomi parte del polsino. Nitrì e sembrava che ridesse. La gente si mise a scagliarmi delle palle di ferro e la ragazzina nuda a cavallo nascose il viso, per non far vedere che scoppiava dal ridere.

***
DOPO averla ammazzata l'ho fatta a pezzi. Sono uscito fuori e li ho buttati via via nei tombini, lungo la strada.
Rientrato in casa, mi sono accorto che avevo lasciato la testa sul tavolo. Per farla sparire l'ho immersa in una pentola piena d'acqua, che poi ho messo sul fuoco.
Sembrava che le palpebre si muovessero. Alla fine si sono sollevate definitivamente e gli occhi mi hanno guardato da sotto l'acqua che bolliva. Anche le labbra si sono mosse. Sentii la sua voce: "Mio figlio mi ha ammazzato, mio figlio".
Mi sono avvicinato, ma ho fatto cadere la pentola. La testa era dritta al centro della cucina e gridava fortissimo per richiamare i vicini: "Mio figlio mi ha ammazzato, è un assassino".
Sono corso in strada ma una delle sue gambe, che fuoriusciva da un tombino, mi fece cadere. Ho cercato di rialzarmi, ma una sua mano tagliata mi ha trattenuto. Nel frattempo la sua testa, alla finestra, rideva a più non posso.

***
HO notato che, quando nei boschi dipingo il quadro verde, tutti vorrebbero chiedermi: "Perché lei si pettina "Al sottrarvicisi"?"..
Ho notato che, quando dipingo il quadro nero, tutti vorrebbero domandarmi: "Perché lei si pettina al "Più vicina del cogito"?".
Ho notato che, quando dipingo il quadro blu, tutti vorrebbero domandarmi: "Perché lei si pettina al "Così caratterizzato"?".
Dato che i dolori che provo alla nuca non mi lasciano spiegare facilmente, temo che un giorno mi si potranno porre queste domande perché non saprei rispondere con la precisione voluta.

***
MI dissero che dovevo entrare nella pièce, e lo feci.
Un grande uomo mangiava un'enorme bistecca e suo figlio, un bambino minuscolo con degli stivali troppo grandi per i suoi piccoli piedi, si appollaiò sul tavolo e si mise a mordicchiare la bistecca dall'altro lato. L'uomo mi girava la schiena. Stavo per parlare, quando il bambino tappò le orecchie del padre. Questi non potè sentirmi quando gli dissi: "Eccomi, signore".
Sempre più impaziente, il bambino balzò sulle spalle del padre. Si buttava voracemente su tutte le molliche che cadevano. Il padre, mangiando, produceva altrettanto rumore che il figlio. Stavo di nuovo per parlare quando il bambino tappò ancora una volta le orecchie del padre. Dissi: "Eccomi, signore", ma egli non poté sentirmi.
Poì il padre, con una mano, prese un enorme quarto di carne che iniziò a mordere a piena bocca, e con l'altra mano un boccale dì vino. Beveva, e il liquido gli colava sul collo e sulla camicia. 19 bambino immergeva le manine nel vino e beveva nella coppa delle mani facendo molto rumore.
Approfittando di un momento di disattenzione, dissi:
''Eccomi, signore". L'uomo, con la bocca piena, mi ingiunse di sedermi. Il bambino si mise a legarmi stretto. Il padre afferrò un coltello. Il bambino mi balzò addosso, mi levò il papillon e strappò i primi bottoni della camicia scoprendomi il collo. L'uomo mi si avvicinò, sempre mangiando. Mi tagliò la gola col coltello e il sangue sgorgò.

***
AL teatro Panico 'Tuomo coi capelli lunghi" era un calvo senza parrucca.
Il regista gli chiese di recitare "i misteri" e l'uomo coi capelli lunghi, disdegnando l'eccezione, recitò una scena "quotidiana".
QUANDO arrivai a casa un bambino mi si avvicinò e disse che mi aspettavano da molto tempo. C'erano dappertutto delle starnpelle, e dei piedi tagliati che sembravano mordicchiati.
li bambino mi arrivava appena alle ginocchia, ma aveva una voce acuta e si mise a gridare: "Eccolo, eccolo!". E da ogni parte si alzarono degli sghignazzi.
Il bambino era malvestito e a piedi nudi. Aveva i capelli lunghi e radi, come un adulto sul punto di diventare calvo. Le sue mani erano rugose e portava una specie di tonaca. L'accompagnava un cane travestito da diavolo che sembrava volermi prendere in giro.
Il bambino mi ordinò di sedermi, prese un coltello e mi tagliò un piede. Il cane si mise a morderlo. Non osavo dire niente. Il cane si accoccolò di nuovo in un angolo. Pensavo che dovevo andarmene.
Per l'appunto attorno a me c'erano diverse stampelle. Il bambino mi disse però di aspettare un momento; mi tagliò l'altro piede col coltello e lo buttò al cane. Allora sentii ridere a crepapelle.

***
HO sferrato un colpo d'ascia sulla testa del vecchio e questa si è staccata dal tronco, nuda. Lei è venuta verso di me e io le ho affidato un rospo, al quale lei ha porto il seno.
Il vecchio rinchiuse il cranio spaccato con le mani. Poi dai suoi piedi hanno iniziato ad uscire delle fiamme. Lei si èavvicinata ed ha inghiottito il fuoco.
Siamo entrati entrambi, io e lei, in una casa, ma ben presto ci siamo accorti che era un grande uovo trasparente. Ci siamo abbracciati e, quando volli allontanarmi, sentii che formavamo un solo corpo a due teste.
Il vecchio ha soffiato sull'uovo che, trasportandoci via tutti e due, ha preso il volo.

***
USCIVO di scuola correndo per scoraggiare i miei persecutori.
Di ritorno a casa mi rifugiavo nella mia camera. Dalle tendine guardavo i miei piccoli compagni che scandivano "testagrossa, testagrossa" oppure "Quasimodo, Quasimodo".
Allora mi spogliavo completamente, mi guardavo nello specchio dell'armadio e vedevo che, effettivamente, avevo la testa molto grossa e che assomigliavo a Quasimodo. Mi mettevo a piangere. 1 bambini gridavano sempre più forte "testagrossa" e "Quasimodo". E io continuavo a guardarmi, nudo, nello specchio piangendo. Alla fine mi masturbavo.

***
JEDERMANN hasse mich: man sagt ich habe den Verfolgungswahm. Sì, tutti mi detestano: dicono che soffro di mania di persecuzione.

***
ERO sotto i portici di una piazza. Arrivò una donna e ci mettemmo a ballare. Il posto sembrava solitario eppure avevo paura che qualcuno ci sorprendesse.
Poi vidi che la donna portava una gonna trasparente e sporca di sperma. Allora ebbi ancor più paura. La portai in una strada senza uscita; ci mettemmo sotto un portico. Stavo per abbracciarla quando un bambino ci consigliò di andarcene perché eravamo in un porcile.*
Comparvero due preti, attirati dal trambusto. Temevo che mi punissero ma si accontentarono di pregarci gentilmente di andarcene. Poi sogghignarono. Mi misi dietro la donna perché i preti non vedessero la sua sottana trasparente e sporca.

* La traduzione è piuttosto difficile, qui, trattandosi di un gioco di parole tra "porche" e "porcherie", dove "porche" è appunto "portico, cortile" e "porcherie" "porcile" o anche, per assonanza e per estensione, "luogo dei portici"; così come "portico" si potrebbe trasformare, in un rimando, in "porco". L'uso di "porche" e di "porcherie" al posto di "arcade", comunque, ma soprattutto di "porcherie", è connaturato simbolicamente ed esplicitamente alla donna e alla sua sottana sporca di spenna, alle porcherie (italiano) che tutto il periodo induce e all'ossessione che lo sottende per cui la traduzione più adatta di "porcherie" é in questo caso "porcile". (N.d.T).

***


UN uomo vestito da vescovo, con una frusta in mano, mi disse di entrare in chiesa. Mi sembrava che il portico fosse costituito dalle cosce di una gigantessa inginocchiata.
Davanti a me, in un angolo, stava ballando una donna completamente celata da veli, a tal punto che potevo soltanto immaginare le sue forme. Mi si avvicinò e mi chiese di toccarle il seno; avevo paura che ci vedessero ma obbedii. Allora lei si tolse uno dei veli e sotto la mano, al posto del seno, sentii la testa di un neonato. La testa rideva. Ritrassi la mano e il bambino cadde a terra. Si mise a piangere, ma quando mi chinai per raccoglierlo era sparito.
Allora la donna mi abbracciò. Avevo paura che mi vedessero. Cercavo di sciogliermi dall'abbraccio, ma senza alcun successo. Dibattendomi strappai uno dei veli e vidi che le sue braccia erano dei grandi rami spogli, e il suo viso mi parve molto pallido e rugoso. Lei rideva, scoprendo una bocca sdentata.
Sentivo la voce del bambino gridare: "E' lui". Mi girai e mi accorsi che la sua testa mi guardava fissamente dalla mano dell'uomo vestito da vescovo. Volevo scappare, ma i rami della donna m'imprigionavano come tenaglie.

***
NELL'oscurità vedo gli occhi del leone d'Horbait. Sono immobili e mi guardano. Anch'io li osservo senza girarmi.
D'un tratto vedo la scritta p a n i c o in uno di quegli occhi, e nell'altro la parola s p e r a n z a.
Ma subito il leone chiuse gli occhi e non vidi nient'altro che l'oscurità.

***
CI siamo avvinghiati, io e lei, sul tavolo. La tovaglia caddc per terra, nessuno ci poteva vedere. Accarezzavo i suoi seni ma avevo paura che qualcuno ci sorprendesse.
Sul tavolo scivolò anche un grosso rospo, e grugnì. Volevo andare via ma lei mi chiese di continuare ad accarezzarla. Mi accorsi che ciascuno dei suoi seni si era trasformato in un fallo.
D'un tratto sentii il mormorio della gente che senza alcun dubbio ci stava cercando. Lei mi allungò un coltello per far tacere il rospo. Gli tagliai la gola. Allora, con le zampe, il rospo prese il coltello e mostrò la ferita al collo. Attraverso il buco apparvero delle rane che facevano molto chiasso e ci saltavano addosso da ogni parte.
Per sfuggire alle rane, lei mi propose di rifugiarsi dentro un grande tino di legno, pieno di sangue. Mi ci immersi insieme a lei. L'abbracciai e mi parve che tutto il suo corpo fosse pieno di falli.
Allora mia madre alzò la tovaglia, infine, la luce si diffuse e vidi che la mia compagna era un grosso rospo verde.

***
ERO in un cesso stretto e sporco. Un uomo era steso a terra, insieme a me. Non parlava ma era attento, sorvegliava con gli occhi aperti. La ferita dell'operazione era ancora viva sulla mia schiena; temevo che si infettasse a causa della sporcizia che mi circondava. L'uomo aveva difficoltà a respirare, credevo che stesse per morire e però che avrebbe anche avuto, all'ultimo momento, la forza sufficiente per sputarmi addosso e inzaccherarmi.
La schiena mi faceva molto male e volevo uscire dal gabinetto. Alla fine ci riuscii. Entrai in un cortile dove erano stesi dei panni. Credo di aver passato molto tempo a camminarci in mezzo, quei panni stesi formavano una specie di labirinto.
Cercando di uscire dal cortile mi trovai bruscamente davanti a un abbaino con le sbarre. Ho guardato dentro e ho visto l'uomo, immobile, che mi guardava fissamente. Ho avuto molta paura e sono ritornato nel labirinto, tra i panni.
Continuavo a camminare. Mi trovai di nuovo davanti all'abbaino. Mi dissi che non avrei dovuto guardarci dentro, ma l'ho fatto. L'uomo mi ha guardato fissamente. Ho avuto paura.
Credo di aver ricominciato diverse volte. La schiena mi faceva molto male* e volevo uscire dal cortile. Ma non potevo.

***
IL parroco è venuto a far visita a mia madre e le ha detto che sono pazzo.
Allora mia madre mi ha attaccato alla sedia. Il parroco mi ha fatto un buco nella nuca con un bisturi e ne ha estratto la pietra della follia.
Poi mi hanno portato, legato mani e piedi, fino alla cattedrale dei sottomessi.

***
LETTERA ai sapienti del mondo intero.

Signori,

Prima di morire tengo a farvi un'importante rivelazione, affinché possiate adottare le misure che si impongono.
Ho subito un'operazione che mi ha causato dolori molto forti. Nel momento in cui più soffrivo sono giunto a identificare degli esseri immateriali. Ho potuto verificare che questi esseri si "nutrivano" delle mie sofferenze. Dopo diverse esperienze sono giunto alla seguente conclusione: questi esseri vivono intorno a noi e, per puro istinto di conservazione, tendono a provocare sofferenza negli uomini. Per ottenere ciò, cercano di aumentare sia le nostre miserie morali che le nostre sofferenze fisiche.
Talvolta, anche quando rinchiuso nella mia stanza riesco a vedere il mio pensiero (è una massa d'acqua che fluttua) e la speranza (è una mano mozzata), percepisco questi esseri immateriali: assomigliano a fazzolettini di carta (kleenex) che volano.
Spero che, grazie alle mie osservazioni, vi troverete ben presto in condizione di lottare contro questo terribile flagello dell'umanità.
Vogliate gradire, Signori, i miei distinti saluti.

***
SIAMO entrambi a cavallo di una scopa. Voliamo e per non cadere mi aggrappo a Lis con tutte le mie forze. La sua schiena è bianca e molto liscia.
La vecchia ci guarda dal basso, sdentata, grattando la testa di una scimmia unita a lei da una catena.
Quando la scopa si innalza tra le nuvole Lis ride, allora mi accorgo che la scopa mi sega il cavallo dei pantaloni. La vecchia sorride e la scimmia fa dei salti.
La vecchia mi chiama: 'Tiglio mio, figlio mio, scendi". lo scendo, e allora lei mi lega con una catena.
La scimmia prosegue il viaggio sulla scopa insieme a Lis e ride a più non posso. La vecchia li guarda e mi gratta la testa.

***
HO messo il perno del compasso sul suo ventre e ho tracciato diversi cerchi concentrici che passavano sia attraverso le ginocchia che dall'ombelico, oppure ancora sul suo cuore.
Per non dimenticare il suo viso l'ho immaginato pieno di numeri.
Poi si è messo a piovere e lei è salita, nuda, su un cavallo.
Io reggevo le briglie. Dal cielo sono caduti dei pesci che passavano ridendo tra le sue gambe.
A volte la mia mano destra si stacca dal braccio all'altezza del polso e va a raggiungere la mia mano sinistra. La stringo con forza per impedirle di cadere, dato che potrei perderla. Devo fare costantemente attenzione per evitare che in un momento di distrazione, al momento di rimetterla a posto, non la rimonti al rovescio, il palmo girato verso l'esterno.

***
FIGLIO mio, figlio mio".
Lei accese una minuscola lampada, alla fine, e io potei vederle il viso ma non il corpo, immerso nell'oscurità.
Le dissi "Mamma".
Mi chiese di abbracciarla. La strinsi e sentii le sue unghie affondarmi nelle spalle: subito il sangue sgorgò, umido.
Mi disse: "Figlio mio, figlio mio, abbracciami".
Mi avvicinai e abbracciandola sentii i suoi denti affonda~ re nel collo e il sangue colare.
Si scostò da me un momento, potei vederle il ventre. All'intemo intravvidi un vìtellino che dormiva; il muso mi assomigliava.

***
LEI era sull'altra sponda, solo il fiume ci separava, e io la guardavo.
Lei disse: ''Pssss, pssss, psss" e vidi dei pesci precipitarsi in massa. Qualcuno alzava la testa fuori dell'acqua per un momento. Allora lei prese un bambino da un landò che le stava accanto e lo buttò in acqua. I pesci lo divorarono. Lei osservava la scena con un'aria inquieta. Poi buttò un altro bambino, poi un altro e un altro ancora. Esaminò l'acqua inquieta e si asciugò le mani. Quando i pesci ebbero mangiato tutti i bambini, iniziarono ad alzare la testa fuori dell'acqua. Sembrava che volessero parlare. Lei pareva mormorare qualcosa di non comprensibile. Fu allora che mi chiamò.
"Vieni tesoro mio, passa il ponte".
Passai il ponte per raggiungerla e le risposi:
"Sì, mamma".

***
QUANDO mi metto a scrivere il calamaio si riempie di spazio, la penna di tempo e il foglio bianco d'armonia.
Allora chiudo gli occhi e, mentre sento l'acqua gocciolare dal rubinetto, vedo l'idealista d'Inis perseguitato dal guardiano del labirinto.
Quando apro gli occhi lo spazio, il tempo e l'armonia sono scomparsi e sul foglio bianco posso iniziare a scrivere:
"Quando mi metto a scrivere il calamaio si riempie di spazio, la penna di...". Etc.

***
LEI era in piedi sul piedistallo e le colombe le svolazzavano intorno nell'aria, formando un cerchio di cui lei era il centro. Erano colombe dal collo bianco e con la testa nera.
Poi la posai sul cervo volante e lo feci alzare poco a poco. Le colombe, svolazzando, continuavano a tracciarle un cerchío attorno.
Lei mi disse dall'alto del cielo: "La fonte fu la speranza".
Il cervo volante saliva, continuava a salire malgrado i miei sforzi per riportarlo a terra. Non distinguevo più né i suoi occhi né i suoi capelli. Poi scomparve.
Dal cielo sono cadute le piume delle colombe e le sue. unghie smaltate. Su una di esse c'era scritto con piccoli caratteri: "Il panico prenderà la strada dell'immaginario".
Il suo seno è rotondo e appuntito. Se lo guardo da vicino è chiuso e finisce anche con una piccola bolla. Quando lo guardo da lontano la sua punta si apre in due labbra che mi chiamano. Vedo molto bene come diventa color granata, da bianco che era.
I suoi occhi sono rotondi e allungati. Se li guardo da vicino sono verdi, mi osservano calmi e anche nel bianco non vedo altro che il suo pube. Quando li guardo da lontano i suoi occhi si dividono in due file di ciglia che mi chiamano.
Allora vedo i suoi occhi e, già, tutto è labbra. Poi il suo pube si riempie di occhi e le sue labbra mi chiamano, tra le sue gambe.

***
LEI mi dice: "La posterità ti concerne". E allora mi ricordo di lei, quando passeggiavamo insieme mano nella mano, prima di odiarci, il bambino e il suo idolo.
Lei mi dice: "Continua la tua opera". E allora mi ricordo di lei, quando la mattina si truccava in mia presenza, a volte ci riflettevamo tutti e due nello specchio, il figlio e la madre.
Lei mi dice: "Quello che scrivi sarà apprezzato, dopo che sarai morto, come piacciono i testi di Lautréamont, di Rimbaud, di Victor Hugo". E allora mi ricordo di lei quando mi spiegava il senso di parole sconosciute; eravamo tutti e due nella penombra della camera, il figlio e la madre, il bambino e l'idolo.

***
HO una bolla d'aria. La sento perfettamente. Quando sono triste si fa più pesante e a volte, quando piango, sembra una goccia di mercurio.
La sento perfettamente. Quando sono contento si fa più leggera e a volte, quando mi parla, sembra che non ci sia.
La bolla d'aria cammina dal cervello al cuore e dal mio cuore al cervello.