Incarcerato da Franco e scomparso nel nulla. Ora il figlio scrittore lo cerca con Internet
Fulvio Abbate
Dalla Rete, che in questo caso sem-bra
avere la profondità dei pozzi
senza fondo degli incubi, la voce
dello scrittore Arrabal viene fuori metal-lica
a pronunciare ininterrottamente il
suo appello. È un figlio grande a parlare,
un uomo dolente, da sempre in cerca
del padre. Arrabal implora tutti coloro
che potrebbero averlo incontrato nelle
prigioni del franchismo. Sono trascorsi
molti anni, è vero, ma Arrabal fornisce
anche un minuscolo, povero indizio.
Suo padre amava dipingere, potrebbe
quindi avere lasciato traccia di questo:
un ritratto di un compagno di prigionia,
forse. Magari gli eredi di altri prigionieri
della dittatura, o le stesse vittime, sono
ancora in grado di rispondergli. Un ri-tratto,
un disegno eseguito in cella o nel-lora
daria, chissà, potrebbe essere so-pravvissuto
su una parete, in una soffit-ta,
nel dopoguerra, nel dopostoria. Baste-rebbe
controllarne la firma, sarebbe un
tassello in più per ricostruire la fine di
un uomo, di unorigine rincorsa da sem-pre.
A volte, basta nulla. Arrabal figlio
ha scelto il proprio sito Internet - www.
arrabal.org - per lanciare questo suo
SOS a sessantanni dallinizio di tutto.
Quanto alle vicende che hanno segnato
la sua esistenza intima, familiare, il carat-tere
e la sua stessa coscienza politica,
sono discretamente note: Arrabal è scrit-tore
e drammaturgo anarchico e visiona-rio:
«desiderante», direbbero i surrealisti
di cui si considera continuatore dellope-ra.
Lappello di Arrabal si rivolge dun-que
a coloro che potrebbero sciogliere la
sua condizione di figlio sospeso fra mito
e dolore.
Il padre rincorso da sempre si chia-mava
Fernando Arrabal Ruiz, ed era un
giovane ufficiale dellesercito spagnolo,
la sua lealtà alla repubblica gli costò il
carcere duro. Era laprile del 1936. Cosa
ne rammenta il figlio scrittore? Poco,
frammenti: una pipa marca «dottor
Plumb», e poi, sullintera nebulosa dei
ricordi, limmagine ricorrente di un uo-mo
che gioca con lui sulla spiaggia di
Melilla, in Marocco. Quanto basta per
tracciare un affresco infinito. Certo, ci
sono anche le foto e i disegni originali,
ma questi non portano luce, accentuano
semmai lidea della perdita, del simula-cro.
Rimandano a un tempo anteriore
alla tragedia, un tempo incomunicante
con il presente. Amava disegnare, il te-nente
Arrabal Ruiz, e perfino nella prigio-ne
di Franco si dilettava: qualcosa di lui
deve essere rimasto, è questa la speranza
del figlio ormai sessantenne.
Di Arrabal, scrittore spagnolo natura-lizzato
francese, un bel po di anni fa, ci
aveva letteralmente rapito il primo film
intitolato Viva la muerte. Raccontava, ap-punto,
la storia di un bambino, Fando,
nei giorni della guerra civile spagnola, in
un Marocco dominato dallordine delle
legioni di Franco sostenute, come recita
un vecchio documentario rivoluziona-rio,
dai «corvi neri della chiesa». Su que-sto
fondale cupo eppure colmo di luce,
la vicenda autobiografica del padre di
Arrabal, imprigionato con laccusa di se-dizione
ancor prima dell«alzamiento»
ufficiale franchista, nellaprile 1936, si
presentava come un elemento centrale e
fantasmatico. Nel film, si accennava addi-
rittura a una possibile delazione della
stessa moglie. Anche lì, le immagini del
padre che ricopre i piedi del figlio con la
sabbia in una spiaggia assolata erano po-ste
su un ideale altare della memoria.
Questa ossessione si può dire che lo scrit-tore
se la sia portata dietro dovunque: sia
nelle pièce teatrali sia nella pittura e forse
perfino negli scacchi di cui è maestro.
Finanche nei manifesti del Movimento
Panico, da lui fondato insieme al disegna-tore
Topor e al regista Jodorovsky, ne
troviamo traccia. La ferita mai rimargina-ta
della perdita del padre, questo lutto
senza luogo, in Viva la muerte trovava
una soluzione poetica, il film si conclude
infatti con Fando che, appresa la notizia
della fuga delluomo dallospedale psi-chiatrico
dovera internato, corre a rag-giungerlo,
insieme alla sua amica Teresa
e a un tacchino, simbolo surrealista, fra i
partigiani del maquis. Il Gloria di Monte-verdi
incoronava la scena.
Arrabal, insieme allappello lanciato
su Internet ha voluto pubblicare un li-bro
- Porté disparu(Dichiarato disper-so)
Plon, paine. 203, fr.110 - nel quale
danzano lombra del padre, la madre e
una gelida successione di atti ufficiali,
un lungo carteggio con listituzione car-ceraria
al fine di ricostruire i giorni e la
documentazione della prigionia paterna
dallarresto alla permanenza nelle prigio-ni
di Ceuta e di Burgos. Forse, è nel 1941
che si perdono le tracce dellex tenente
Arrabal Ruiz. Lo scrittore, pensando alla
condizione di un genitore né morto né
vivo, rivolgendosi a se stesso, figlio cre-sciuto
in simbiosi totale, da vero scolaro
modello, con una madre «mantide reli-giosa»
che parla a bassa voce delle vicen-de
familiari, così si interroga: perché lei
ha voluto farmi credere che mio padre
fosse morto? E ancora: perché non mi
ha mai consegnato le lettere che lui invia-va
dalla prigione? Perché ha strappato le
foto che lo ritraevano? E soprattutto: per-ché
si è chiusa in un silenzio di tomba?
Dice ancora Arrabal: «Se fossi sicuro che
mio padre è morto avrei smesso di soffri-re.
Ugualmente, se avessi la certezza che
è stato torturato fino allultimo suo gior-
no di vita. Ma come è potuto sparire
senza lasciare tracce? Il paese era control-lato,
e i poliziotti avevano licenza di spa-rare
su tutti i prigionieri in fuga come
lui. Che affronto per lo stato il fatto di
non averlo saputo ritrovare. È scompar-so,
è come se la terra lavesse inghiotti-to».
Arrabal è nato in Marocco, ma vive a
Parigi nel 1955. Qualche anno fa, quan-do
lo abbiamo incontrato a Roma, ci ha
raccontato la storia della sua «lettera
aperta a Franco», che negli anni Sessanta
gli costò lostracismo assoluto in Spa-gna,
e poi di unaltra lettera scritta mol-to
tempo dopo, questa volta indirizzata
«a Castro», per denunciare la persecuzio-ne
delle minoranze a Cuba. Disse anco-ra:
«Mio padre avrebbe fatto lo stesso».
Si capisce subito che non smetterà mai
di cercarlo. In tutta la sua opera, cè una
pagina non scritta, una pagina che vive
in filigrana: racconta il ritorno di un gio-vane
uomo accompagnato, forse, da due
angeli sterminatori che reggono la ban-diera
rossa e nera degli anarchici, la ban-diera
di chi non ha mai smesso di crede-re
a un tempo di resurrezione.
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